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Appunti per un'analisi dei Classici- Patricia McKinney, Napoli, 20 giugno 2006

APPUNTI PER UN’ANALISI DEI CLASSICI

di Patricia McKinney, Napoli, 20-06-2006.

Per poter parlare del Capitale, bisognerebbe, innanzitutto, partire dalla visione che assunse Marx a proposito del “Sapere reale” nell’Ideologia tedesca. Questo, a mio avviso, è uno dei punti cardine per poter comprendere al meglio la stesura del Capitale, in quanto, in questo saggio, Marx esprime il concetto del “Movimento reale della storia”, che spesso è stato celato, volendolo esprimere con il termine schopenhaueriano del “Velo di Maya” dalle rappresentazioni ideologiche che hanno oscurato la struttura reale e concreta dei rapporti, che stanno alla base delle relazioni umane.

Secondo Marx, l’ideologia è una “falsa rappresentazione” della realtà; con ciò egli intende dire che gli esseri umani tendono a non essere propriamente oggettivi nel valutare i rapporti reali fra gli uomini e sostituiscono l’oggettività con un’immagine “deformata” di essi. Nell’Ideologia tedesca, quindi, l’intento di Marx è quello di rivelare, al di là delle ideologie, la “verità” sulla storia, attraverso un occhio obiettivo sulla società, potendo così descrivere gli uomini, non come rappresentazioni, ma come essi appaiono realmente.

Questo progetto determina l’abbattimento della vecchia filosofia idealistica e promuove una nuova scienza della storia. Tramite questo assunto, Marx chiarisce quello che per lui è il concetto di umanità, mediante un’esposizione più scientifica.

Per umanità egli intende “UNA SPECIE EVOLUTA”, formata da individui associati che lottano per la propria sopravvivenza” e, allo stesso modo, la storia non è un evento spirituale, come aveva teorizzato Hegel, ma un processo materiale, basato sul paradigma “BISOGNO-SODDISFACIMENTO”.

“Il vivere per Marx comporta i bisogni primari, cioè bere, mangiare, dormire, e poi quelli secondari, vestirsi, divertirsi, etc. e vede, inoltre, come prima azione della storia, la creazione dei mezzi per soddisfare tali bisogni”. E’ da questa concezione che emerge l’idea che alla base della storia, vi sia il lavoro, che per Marx assume il ruolo di creatore di “civiltà e cultura”, senza il quale li uomini non potrebbero differenziarsi dagli altri esseri viventi.

E’ chiaro quindi che, per cogliere il significato del Capitale, bisogna tener in considerazione la “CONCEZIONE MATERIALISTICA DELLA STORIA”, ossia la chiave principale del pensiero marxiano, dove i rapporti umani sono strettamente legati dal fattore economico, individuato da Marx come unico elemento realmente “determinante ed autodeterminatosi” nella storia.

Non sono quindi le idee o le ideologie a modificare i rapporti umani e gli avvenimenti storici ma, appunto, il fattore economico. Basti pensare, ad esempio, al valore storico che si è avuto con il Congresso di Vienna, che si avvaleva di una legittimazione basata su un’ideologia di pace e sicurezza per tutte le nazioni dell’epoca, ma aveva come ultimo scopo quello di discutere di questioni politiche, amministrative ed economiche. Lo stesso discorso si rese proponibile, quando, nel ‘45, l’ONU, cioè l’Organizzazione delle Nazioni Unite, si fece promotrice del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, come accade ancora oggi. Ma quale dei fattori ha influito realmente sui rapporti umani propriamente detti?

Ripercorrendo nuovamente l’esposizione sulla teoria della concezione materialistica, cade ad hoc l'espressione di “struttura e sovrastruttura” di Marx.Per struttura egli intende il “modo di produzione”, ossia la colonna portante della base economica, che si divide in due elementi essenziali quali:

a)     le forze produttive;

b)     i rapporti di produzione.

Le forze produttive sono tutti quegli elementi necessari al processo di produzione, ovvero:

1)     gli uomini che producono la forza lavoro;

2)     i mezzi, cioè la terra e le macchine che si utilizzano per produrre i mezzi di produzione;

3)     le conoscenze tecniche e scientifiche che essi utilizzano per organizzare e migliorare la loro produzione.

I rapporti di produzione, invece, sono quei legami che si instaurano fra gli uomini durante la produzione e che regolano il possesso e l’impiego dei mezzi di lavoro.

Per sovrastruttura Marx intende tutti quegli elementi giuridici, politici e culturali che si determinano attraverso la struttura economica, cioè le leggi, lo stato, le religioni e le filosofie. C’è da dire che struttura e sovrastruttura non sono figure a sé stanti, l’una si regge sull’altra attraverso dei rapporti che Marx distingue in due termini, ossia “determinare” e “condizionare”. Il primo termine sta ad indicare un rapporto più diretto fra i due elementi, mentre il secondo stabilisce un rapporto di “dipendenza” della sovrastruttura dalla struttura.

Quando Marx esprime le sue critiche nei confronti di Feuerbach, sulla questione storica della vita umana, notiamo la sua inclinazione ideologica a proposito del “sapere reale” della storia. Da questa speculazione traggo la medesima osservazione che ha esposto Orlando Lentini nel suo libro “saperi sociali e ricerca sociale”, dove egli analizza tutta la cultura sociale, ripercorrendo alcune tappe storiche e ponendo l’accento sui pensatori del passato, i quali hanno creato, secondo Lentini, una serie di realtà che egli definisce “virtuali”, proprio come affermava Marx nel suo saggio L’Ideologia tedesca.

I grandi della storia, come Machiavelli, Guicciardini e De Vitoria, hanno proposto dei modelli sociali basati su esperienze tradizionali, rimodernizzandoli nella loro epoca. Questa rimodernizzazione ha fondato delle ideologie, come ad esempio, il “vivere civile” e le “leggi di natura”, le quali hanno creato dei sistemi di organizzazione dei rapporti umani.

In ogni caso, è a partire dalla strutture scientifiche del Seicento, basate sull’idea di un metodo scientificamente valido per affrontare i problemi e i fenomeni della vita, che troviamo i maggiori promotori di “sistemi” o “ideologie”, come dicono Marx e Lentini , di tipo virtuale. Non si può non menzionare, a questo proposito, Thomas Hobbes, il fondatore del “sistema dei sistemi”.

Egli è il primo pensatore a vedere l’uomo come sistema autonomo del movimento, che non ha bisogno di ricevere spinte dall’esterno e che si muove soltanto attraverso il modello del calcolo, cioè il more geometrico. Nella sua opera magistrale, il Leviatano, egli espone la concezione dell’uomo sistema, legato dalle leggi di natura, il quale apre la strada ad un altro sistema, ossia lo Stato. In questa esposizione teorica, l’uomo hobbesiano si presenta come “l’ideologia” e lo Stato come “l’uomo artificiale”, che gestisce e organizza la società e le relazioni umane.

Si appoggia alla prospettiva hobbesiana anche Spinoza, che si avvale di una concezione pessimistica, alla cui base troviamo una “società di guerra di tutti contro tutti”. Spinoza distrugge la dottrina (delle cause finali), in quanto questa sminuisce la perfezione del mondo, ma soprattutto quella divina, fondata sulla legge di natura.

Quando Spinoza descrive la figura dell’uomo libero nell’Etica, egli associa a questa immagine la tendenza dell’uomo a vivere con gli altri uomini nello Stato, affermando che, anche se gli uomini, entrano in contrasto tra loro, le cause sono da attribuirsi alle loro emozioni, ma se questi ultimi decidessero di eleggere come guida la Ragione, giungerebbero a ciò che è essenziale alla natura umana.

Spinoza, infatti, afferma: “quanto più ogni uomo cerca il proprio utile, tanto più gli uomini sono simili tra loro e possono essere utili gli uni agli altri”. Si può notare l’importanza che il filosofo intende rivelare dalla vita aggregata degli uomini. Questo caposaldo non è rappresentazione del “dover essere”, ma è “l’essere” stesso. Quindi, non sono le virtù o le qualità, di cui gli uomini dovrebbero essere dotati, ma le passioni, che essi trovano nella realtà.

Secondo la mia personale concezione, vedo all’origine della realtà virtuale due grandi scuole di pensiero, che sorsero nel 300 a.C. circa, ossia la scuola stoica e quella epicurea.

La scuola stoica, fondata da Zenone di Cizio, era caratterizzata dalle seguenti dottrine:

a)     la necessità di un ordine cosmico:

b)    l’analisi delle emozioni e la loro condanna;

c)     il concetto di autosufficienza e la libertà del sapiente;

d)    la nozione del dovere e del valore;

e)    l’identificazione di libertà e necessità;

f)      la teoria del diritto naturale;

g)     il cosmopolitismo.

La necessità, da parte degli Stoici, di individuare un “ordine cosmico” del mondo li portò ad enunciare che all’origine delle materie corporee ed incorporee ci fosse la figura di Dio.

Questo Dio, che si diffondeva nel mondo attraverso il “soffio caldo”, caratterizzato da uno spirito vitale, che permeava tutte le cose e, in modo particolare, gli uomini. Tale prospettiva si identificava nella dottrina stoica del panteismo, il quale si reggeva sull’idea di una concatenazione indispensabile del destino,della provvidenza e della ragione.

Questa catena non poteva essere spezzata, altrimenti, con essa, si sarebbe spezzato “l’ordine razionale del mondo”.

Tale teoria, a mio avviso, assunse, col passare dei secoli, il paradigma essenziale del sapere confessionale, ovvero l’origine della religione monoteistica e, in particolar modo, di quella cattolica. Quest’ultima ha rappresentato, dal medioevo fino ai giorni nostri, una delle più autorevoli e durevoli “realtà virtuali” mai esistite nella storia. Questa ed altre dottrine della scuola stoica entrarono in netto contrasto con quelle della scuola epicurea.

La scuola epicurea fu fondata da Epicuro, essa passò alla storia come la conservatrice di una dottrina basata sul piacere e sull’atarassia. Epicuro vedeva nella filosofia la strada per raggiungere la felicità; allo stesso modo vedeva nella fisica una scienza diretta ad investigare le cause del mondo, avente il medesimo obiettivo.

In un suo pensiero egli affermava: “se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non conoscere i limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura”.

Per mezzo di questa idea, egli fornì alla filosofia il valore di un “quadruplice farmaco”, che serviva a:

1)     liberare gli uomini dal timore degli Dei;

2)     liberare gli uomini dal timore della morte;

3)     dimostrare l’accessibilità del limite del piacere;

4)     dimostrare la lontananza del limite del male.

La scuola epicurea sanzionava fortemente la provvidenza stoica e ne criticava il Dio, poiché, come entità divina, presupponeva l’esistenza di una propria volontà.

Una simile premessa metteva in luce il limite della perfezione divina degli stoici, in breve distruggeva l’azione divina nel mondo. Con questa polemica, gli epicurei si uniformarono, in qualche modo, all’ideologia laica. Quando mi rapporto ad una simile visione epicureana, colgo nel rispettivo orientamento il contingente laico della storia, poiché in esso intravedo lo sviluppo della “realtà virtuale” della scienza, che si è uniformato nell’Umanesimo, nel maturo Rinascimento, fino a consolidarsi nei saperi settecenteschi.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Storia della filosofia, di Nicola Abbagnano;

Protagonisti e testi della filosofia, di Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero;

Saperi sociali e ricerca sociale, 1500-2000, di Orlando Lentini.

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