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Chi
è l'intellettuale? Colui che libero dagli affanni del
potere lavora protetto dalla propria "intellettualità
neutra" all'ombra del "giardino" di Epicuro? Oppure è il
militante che si schiera e si batte per cambiare il
corso degli eventi? E può davvero l'intellettuale prescindere
dal potere, essere "orgogliosamente autonomo"? Sono questi
apologeti della cultura che, mettendosi alla mercé dell'autorità,
utilizzano la loro arte come strumento di affermazione?,
di emancipazione? O è il potere che si serve di loro
per legittimarsi o, peggio, per manipolare quel bacino
di utenza che è poi il finish, il fruitore del prodotto
culturale? E può esserci vera arte se viene a mancare
la facoltà di scelta, la possibilità di pronunciarsi
senza paure né condizionamenti esterni, in altre parole,
la libertà di "mettersi in gioco"?
Come
difendere la nostra democrazia dagli attacchi liberticidi?
Come tutelare il nostro pluralismo, la nostra libertà
di pensiero, di espressione, i nostri "diritti" democratici
da quanti tentano di "addomesticare", imbrigliare, appiattire,
omologare la cultura? Come difenderci da coloro che,
facendosi custodi di "verità assolute" pretendono di dare
"modelli definitivi", ignari (o, forse, lucidamente coscienti?)
del fatto che essi vanno contro l'apertura, l'evoluzione,
il mutamento? Che sono ben lungi dal favorire quell'interscambio,
quel confronto e, perché no?, quello scontro funzionale
alla sopravvivenza e all'evoluzione del sistema?
In
che modo i media possono coadiuvare l'assolutismo dottrinale,
autoritario e dispotico, in altre parole, i monolistismi
politici, i totalitarismi? E quali influenze potrà avere
su di loro l'information society la cui infrastruttra,
il cui tratto prototipico è la rete?
A
partire dal mecenatismo, quella sorta di do ut des tra
l'intellettuale e il signore di turno, passando per
la natura di medium smbolico del prodotto culturale
volto all'esaltazione della virtus, alla costruzione
del potere politico e sociale, e poi attraverso
gli orrori dei totalitarismi, dell'inquisizione, la
forza ed il coraggio degli intellettuali arabi che si
battono per rendere concreta la possibilità che si realizzi
la democrazia, il problema della "monetarizzazione"
del rapporto intellettuale-committente che si ripropone
in maniera "vergognosa" in Cina col "caso"
Google (ma anche Microsoft, Yahoo, Skype), fino ad arrivare
allo scontro che può accendere gli animi e "tingere di
rosso un'idea", gli intellettuali hanno intrattenuto
col potere un rapporto dialettico di opposizione, di
connivenza, divenendo, di volta in volta, "evirati
cantori", ispiratori, guide dell'opinione pubblica,
eroi fieri di anticipare e magari cambiare il corso
degli eventi, "aedo" del potere, portavoce
di "autorevoli" dettami.
È
vero, infatti, che tutte le produzioni culturali in
grado di trasmettere messaggi, comunicare idee, celebrare
l'autorità politica o religiosa si sono intrecciate,
confronte, spesso scontrate con la politica e il potere
in forma più o meno esplicita nelle diverse epoche.
Talvolta
si è concretizzato ciò che nel 1973 sosteneva Herbert
I. Schiller riferendosi ai mass media e, cioè, che i
prodotti culturali si sono legati molto strettamente
ai centri di potere politico ed economico, mancando
nel loro ruolo di fornire una tribuna democratica, fungendo,
piuttosto, da "cane da guardia" degli interessi
dei potenti, "controllori" dell'opinione pubblica.
Talaltra l'importanza ed il valore simbolico di queste
produzioni culturali sono testimoniati proprio dalla
loro negazione, distruzione, rimozione, occultamento.
Dalla loro censura. La longa manus in grado di controllare
il tessuto sociale che umilia, violenta, aliena la società
civile.
Ed
allora si vedono i "segni" di una lotta spesso feroce,
la scia di sangue di quanti per coerenza col loro
credo ideologico, per originare provocazioni, beffeggiare
il potere, "per svelare la natura, le tendenze
strutturali connaturati ad esso" o "creare strategie alternative
alle alternative possibili", a volte sprezzanti del pericolo,
altre ben consci del rischio che comporta l'incorrere
nei fulmini della repressione, eroicamente si sono mostrati
"non allineati". Sono gli "intellettali" che
hanno risposto all'invito di C. Wright Mills in difesa
della "democrazia sostanziale", coloro che
consci delle loro responsabilità pubbliche non si sottraggono
ai doveri che gliene derivano, anzi, cercano di sviluppare
riflessione e ricerca dando via libera alla "fantasia
umana", all' "immaginazione sociologica".
L'arma
invisibile si esplica in forma palese o, talvolta, assume
le forme della sorveglianza strisciante, fino ad avere
un risvolto ancora più agghiacciante... l'autocensura.
I diktat del potere si insinuano nella mente dell'intellettuale
che li interiorizza, soffocando il proprio dissenso, "
impedendosi da sé" di produrre al di fuori dei confini
prestabiliti per non incappare nella mannaia della censura.
Così, per non subire le atrocità fisiche e mentali della
repressione, le anticipa.
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