Unità d'Italia

 

 

 

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Note sull'Unità d'Italia - Maff

IL CASO ITALIANO

Un paese, in origine sede di un'impero, in seguito diviso, a livello regionale,  per quasi 2000 anni. Mentre le monarchie nazionali di Spagna, Francia e Inghilterra nascevano e prosperavano due paesi, Italia e Germania, conseguirono l'unità politica soltanto nella seconda metà dell'Ottocento, sviluppando entrambi, ben presto, sistemi politici autoritari, due dittature alleate e liberticide, che diedero l'avvio alle congrue distruzioni della seconda guerra mondiale.
Ufficialmente, l'Italia raggiunse l'unità nel 1860 con il contributo determinante del casato dei Savoia, che tenne il paese dal 1861 al 1946. Spesso, i manuali di storia non riferiscono che la cosiddetta Unità rappresentò un'annessione territoriale, praticata con l'appoggio degli Inglesi, che avevano interesse ad un'Italia unita in funzione antifrancese.

LA SITUAZIONE NAPOLETANA

Gennaro Ruggiero, Breve storia di Napoli,dalle origini al G7, pp. 54-55, Tascabili economici, Newton Compton, Roma, 1994.

"L'anno fatidico della storia di Napoli fu il 1860. Già a Marsala si capì che la spedizione dei Mille potva contare su sostegni ben più decisivi di quelli offerti dall'animosità di Garibaldi e dei suoi volontari. I vertici militari del regno erano stati tempestivamente informati su quanto si tramava e, dopo la partenza da Quarto, alcune fregate furono spedite nelle acque antistanti la Sicilia per impedire lo sbarco. Tuttavia, sbbene I legni garibaldini fossero stati avvistati, lo sbarco avvenne tranquillamente (alla significativa presenza di alcune navi inglesi), disturbato soltanto da qualche tardiva cannonata sparata da un battello borbonico. E qui si pone il primo interrogativo: era davvero così difficile per una flotta numerosa ed efficiente come quella napoletana (che per di più era già a conoscenza dei piani orditi dal Piemonte) evitare che il Nizzardo ponesse piede sull'isola?"
"...Non meno deprimenti, per chiunque abbia il senso della lealtà e dell'onore, sono gli interrogativi che scaturiscono dall'atteggiamento di certi generali del Sud, I quali, o per tradimento o per codardia, si dimostrarono più utili a Garibaldi di quanto lo fossero tutti I suoi luogotenenti..."
"... ricordiamo soltanto che a Calatafimi I cacciatori napoletani, guidati dal capitano Sforza, inflissero dure perdite al nemico e molti di essi, finite le munizioni, si difesero con I sassi dall'assalto alla baionetta dei garibaldini. Una pietra colpì al fianco anche Garibaldi e chi fu vicino al Nizzardo, in quei drammatici momenti, disse che il Generale era scuro in volto, come se dubitasse della vittoria."

 

Michele Topa, Così finirono I Borboni di Napoli, Napoli, 1959:

"La vittoria era nelle mani dei napoletani, quando, a una richiesta del capitano Sforzadi mandare truppe di rincalzo il generale Landi rispose ordinando la ritirata (Michele Topa, Così finirono I Borboni di Napoli, 1959). I soldati, quando si avvidero che egli non aveva alcuna intenzine di tornare all'assalto con le truppe rimaste inoperose, protestarono clamorosamente e solo si chetarono quando si minacciò di decimarli..."
A Palermo "Si combatté casa per casa per tutto il 27 maggio, un po' più fiaccamente il 28, con rinnovata irruenza il 29. La mattina del 30, di ritorno dall'aver sbaragliato la colonna dell'Orsini, giunsero a porta Termini I borbonici comandati da Von Machel, e da Beneventano del Bosco, eroi dell'esercito napoletano. Essi si slanciarono sulle posizioni dei rivoltosi e, superate con impeto ben otto barricate, erano quasi sul punto di fare irruzione nel quartier generale garibaldino, quando inaspettatamente giunse loro l'ordine di arrestarsi: era stata concordata una tregua." Alla tregua seguì la resa.
"Il giorno in cui tutti i reggimenti erano schierati sul vasto piazzale ai Quattroventi, disponendosi all'imbarco, molti di quei soldati piangevano; e uno di essi, un cacciatore dell'8°, al passaggio del generale Lanza, uscì dalle righe e mostrando quelle migliaia di baionette, tutti quei cavalieri, tutti quei cannoni, gridò: - Eccellenza, vì quanti simmo? e ce ne iammo accussì? -. - Va' via ubriaco! -, gli rispose con sdegno il generale, e tirò avanti."

I rovesci siciliani influirono pesantemente sui successivi eventi, alimentando il mito di un invincibile Garibaldi, incoraggiando i liberali e i circoli massonici , gli emissari piemontesi, i diplomatici inglesi e la borghesia mercantile a rialzare la cresta. Anche la mafia e la camorra entrarono in campo, cogliendo l'occasione di vendicarsi contro una dinastia che le aveva ostacolate.
Da parte sua, il giovane Francesco II, pur non avendo lo spirito dei grandi condottieri, affrontò la difficile situazione con una certa dignità, consapevole del proprio dovere di difendere una nazione che aveva unificato le sorti del meriodione, nel bene e nel male, per otto secoli.

Riferisce il Ruggiero che il Re "deciso a riassumere l'iniziativa, ma non volendo esporre la sua capitale alle conseguenze luttuose di uno scontro armato fra le sue mura... ..., consegnò Napoli nelle mani di don Liborio Romano, capo riconosciuto della camorra, affidandogli il compito di tenervi l'ordine fino all'arrivo dei suoi amici garibaldini. Dopo di che richiamò tutte le sue truppe e le concentrò al di là del Volturno per prepararsi a una battaglia decisiva."

BIBLIOGRAFIA

Bibliografia:

Ruggiero Gennaro, Breve Storia di Napoli, dalle origini al G7, Tascabili economici Newton, 1994.

Topa Michele, Così finirono I Borboni di Napoli, Napoli, 1959.

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